martedì 10 ottobre 2017

Eventi del 2016/2017

Oltre che alcune delle cose che penso e che mi interessano, inizierò a pubblicare sul blog le cose che faccio nella vita materiale.

Allora, incominciamo con la lista degli eventi che ho organizzato con la mitica Associazione La Corte Vecia di Gazzo Veronese nella stagione 2016/2017.
Seguiranno i progetti con Arduino e di stampa 3D :)



7 luglio: Dio non vuole che tu lavori troppo!

saggezze tradizionali vs lavorismo

9 giugno: Proiezione del docufilm Domani

virtuose dinamiche di comunità



7 aprile: Proiezione del docufilm Matriarké (ospiti del gruppo Le Matonele)

le società paritarie non sono un'utopia ma esempi che ci possono ispirare

mercoledì 19 luglio 2017

La scienza dell'Uno

[articolo da rivedere]

La scrivania di una persona creativa è spesso in disordine, e il motivo razionale è che, se mentre si sta cercando un documento, se ne trova invece un altro inaspettato che scatena un'associazione proficua, ci si trova per le mani una nuova idea. Ho chiamato questa proprietà "Il magico potere del disordine".

Grazie a questa modalità caotica, in questi giorni ho scoperto, una coincidenza interessante, non tramite una scrivania disordinata (cosa che il mio tavolo in effetti è) ma nella lettura disordinata e compulsiva di articoli.
Avevo iniziato a leggere Il Fenomeno Umano di Theillard de Chardin, perché colpito da un post su facebook che ne riportava l'introduzione:
“Per essere correttamente inteso, il libro che qui presento, chiede di essere letto non come un’opera metafisica, né tanto meno come una specie di saggio teologico, ma soltanto e unicamente come un esposto scientifico. La stessa scelta del titolo lo precisa. Nient’altro che il Fenomeno: ma anche tutto il Fenomeno. [...]
È impossibile tentare un’interpretazione scientifica generale dell’Universo, senza aver l’aria di volerlo spiegare fino in fondo. Ma provate solo a osservare queste opere più da vicino: vedrete, ogni volta, che questa Iperfisica, non è ancora, del lutto, una Metafisica.
In ogni sforzo di questo genere, per descrivere scientificamente il Tutto, è naturale che si manifesti, con un massimo d’ampiezza, l’influenza di alcuni presupposti iniziali, dai quali dipende tutta la struttura del sistema che precede. Nel caso particolare del saggio qui presentato, due opzioni primordiali - tengo a precisarlo - si aggiungono, una all’altra, per sostenere e dominare tutti gli sviluppi:
  • la prima, è il primato accordato alla psiche e al pensiero nel Tessuto dell’Universo; 
  • la seconda, è il valore biologico attribuito al Fatto Sociale intorno a noi.
Preminente significato dell’Uomo nella Natura, e natura organica dell’Umanità: due ipotesi che possiamo cercare di rifiutare in partenza; ma non vedo, senza di esse, come si possa dare una rappresentazione coerente e totale del Fenomeno Umano”.


Ciò che mi colpì era che, nel presentare un saggio scientifico, ponesse come premessa il primato di ciò che sta in alto, mentre solitamente la scienza convenzionale (materialista) pone come principio la materia. Empiricamente parlando, da ciò che la ragione pone come primario, derivano diversi sviluppi di pensiero. Dei limiti della scienza materialista oramai si stanno accorgendo tutti, ma volendo rifondare una scienza più ampia, che possa comprendere  una maggior classe di fenomeni, e interpretarli in una maniera più confacente alle esigenze dell'uomo-filosofo in senso platonico, cioè dell'uomo a cui sta a cuore il bene di sé stesso e dell'umanità, da cosa partiamo?
Teilhard dice la sua, ponendo come base il primato della psiche, e sviluppando poi il suo ragionamento scientifico fino ad arrivare a concetti grandiosi come quelli di Punto Omega*, di vita e Supervita.
Magari allo scienziato moderno, che crede in una scienza separata dalla spiritualità, questi collegamenti fanno rabbrividire, eppure è nella ricerca di una interpretazione dei fenomeni più ariosa, di una interfecondazione tra scienza materialista e sapienza tradizionale, che si può giungere ad una comprensione più profonda, e anche più realistica e precisa, del mondo per come è, e per come appare alla nostra coscienza umana. Se si esclude a priori una classe di fenomeni dall'indagine scientifica si avrà ovviamente una sorta di semicecità, sia concettuale che percettiva.
L'opera di Chardin, da quel che sto leggendo, fornisce una base concettuale tramite la quale possiamo formarci una mentalità aperta al fenomeno umano, intendendo l'uomo non solo un'espressione di fisica, chimica, fisiologia, informazione, ma anche come l'espressione di qualcosa di più grande, che per il momento chiamerei Spirito.

Tornando al caos creativo, l'associazione casuale è stata quella con la lettura di questa pagina wiki, della Filosofia e Concetti della Guida Maimonidea dove mi ritrovo un concetto simile a quello espresso da Teilhard:
"Il principio basilare di tutti i principi basilari ed il pilastro di tutte le scienze è sapere che esiste un Primo Essere" ("Leggi sui Fondamenti della Torah", 1:1)
L'introduzione dell'articolo prosegue dicendo che 
La halakhah finale presente nella Mishneh Torah descrive il mondo messianico in cui la halakhah nel suo meglio viene realizzata e ribadisce l’ethos col quale inizia il trattato:
« In quell'era non ci sarà né carestia né guerra, né gelosia né conflitto. Le benedizioni saranno abbondanti, i conforti alla portata di tutti. L'unica preoccupazione di tutto il mondo sarà di conoscere il Signore. Da quel momento gli Israeliti saranno molto saggi, sapranno le cose che sono nascoste ed otterranno una comprensione del loro Creatore al massimo delle capacità della mente umana, come è scritto: Poiché la terra sarà ripiena della conoscenza del Signore, come le acque ricoprono il mare (Isaia 11:9). »
("Leggi sui Re e le Guerre")
Come già scritto, Maimonide non minimizza l'ideale filosofico delle sue opere halakhiche. Al contrario, tale ideale è il principio organizzativo della halakhah nel suo complesso, e questa è la ragione per cui il trattato inizia e finisce con la virtù della conoscenza.
Quando ho letto questa frase ho avuto un fremito interiore, perché la percezione/speranza** di un mondo realizzato, ma per ora non completamente materializzato, pervade anche me, come ha pervaso e pervade innumerevoli altre persone.

Dunque abbiamo due autori che non solo collegano la scienza e lo spirito, ma dicono anche che in una scienza che li contempli entrambi, lo spirito, "ciò che sta in alto", è fondante rispetto alla materia.
Nell'introduzione al libro di Teilhard, Galleni esprime questo concetto dicendo argutamente che "La storia della vita non è nient'altro che un moto di coscienza velata di morfologia" ovvero, potremmo dire, che la morfologia non è altro che il vestito di cui la coscienza si dota per potersi esprimere meglio, o più compiutamente.

Se prendiamo per buona questa impostazione e assumiamo che un sistema concettuale/pratico (una scienza insomma) impostato in questa maniera, porti a una comprensione della realtà migliore di uno fondato sul primato della materia dovremmo, in teoria
  • Dare spiegazione (comprendere razionalmente) un maggior numero di fenomeni rispetto a quello della scienza materialista***
  • Ottenere una tecnologia comprendente una versione migliorata (più completa) sia delle scienze meccaniche/energetiche/informatiche a disposizione della civiltà moderna, sia delle scienze umanistiche/spirituali tradizionali.
  • Realizzare un sistema scientifico compatibile con l'utopia della pace e della prosperità mondiale

Una tecnologia che sia in grado di comprendere le implicazioni tra spirito e materia porterebbe a trovare nuove e migliori soluzioni ai problemi che assillano l'umanità di oggi, e da qui un punto razionale a favore della "speranza".




Questo tipo di impostazione pone però un problema, e cioè è che non è al servizio della materia, ma dello spirito, ed essendo la specie umana partecipe di entrambe queste istanze del reale, non è (per il momento) alla portata di tutti gli uomini.
Mi spiego meglio, con un esempio pratico. Se interpellassimo un certo numero di nostri amici/conoscenti chiedendo "di cosa parliamo quando parliamo dell'Uno" ci troveremmo nella situazione in cui avremmo:
  • un certo numero di persone che ci guarda in modo stranito, magari credendoci impazziti
  • un altro numero, più piccolo, che si metterebbe ad esprimere le varie teorie filosofiche o convizioni personali riguardo al significato di questa parola
  • un'altra parte, la minoranza, che starebbe semplicemente zitta o inizierebbe a dire pacatamente delle storie/parabole (metafore) a riguardo.
Solo quest'ultima parte avrebbe, probabilmente, un'intuizione o una percezione dell'Uno in quanto tale, gli altri non avrebbero la minima idea, o peggio ancora, ne avrebbero un'idea parziale.
Un fatto antropologico****è che un'idea esperienza veritiera di "Uno" è a disposizione solo di una minoranza dell'umanità, che per fortuna sta crescendo di numero (fino a giungere alla realizzazione della profezia di Geremia sulla Nuova Alleanza).
Per essere più chiari, se chiediamo a una serie di persone che cosa sia una mela, avremmo un insieme di risposte abbastanza uniformi e compatibili, se chiediamo dell'Uno avremmo delle risposte che possono essere molto divergenti o insicure, e solo una minoranza avrà coscienza di cosa sta parlando.
Quindi, in altre parole, essendo i nostri concetti mentali radicati nell'esperienza, possiamo essere sicuri di parlare dell'Uno "a proposito" solo se ne facciamo esperienza diretta, come possiamo parlare a proposito di una mela solo facendone esperienza diretta.

In questo fatto "antropologico" credo risieda il problema principale dello sviluppo e la diffusione di una scienza dell'Uno, che un certo numero di cercatori/scienziati (in numero sempre maggiore, fortunatamente) sta cercando di definire e/o sviluppare.

Esistono vari esempi di impostazione di questa scienza, ognuno con le sue peculiarità, per citare alcuni esempi dei quali sono a conoscenza



...e io proverò a farne una mia. Non ha tanto senso studiare gli altri e ripetere, se non per farsi morbidamente ispirare. Ha molto più senso sperimentare e trarre conclusioni, in modo che la mente resti flessibile, condividendo poi con altri ricercatori esperienze e comprensioni, in modo sa superare i modelli scientifici autoritari, per arrivare a una nuova civiltà della conoscenza collettivizzata.





Note:


Arundhati Roy
* Non è facile descrivere questo concetto, ha a che fare con l'unità dell'umanità, con lo sviluppo di una mente universale, e con la fine delle guerre. La fine della storia e di questo mondo, insomma. Interessante  l'analogia con il concetto di Singolarità Tecnologica recentemente diffuso tra gli scienziati materialisti.

** la parola "speranza" non va intesa in senso negativo, di possibilità che potrebbe anche non realizzarsi, ma di direzione verso cui tende l'agire, e che viene percepita a livello profondo come una realtà di valore pari, anzi superiore, a quella che si può osservare con i sensi fisici. Un mondo di cui Arundhati Roy, in una celebre intervista, ne sente la vitalità già presente.
"Il sistema collasserà se ci rifiutiamo di comprare quello che ci vogliono vendere, le loro idee, la loro versione della storia, le loro guerre, le loro armi, la loro nozione di inevitabilità. Ricordatevi di questo: noi siamo molti e loro sono in pochi. Hanno bisogno di noi, più di quanto ne abbiamo noi di loro. Un altro mondo, non solo è possibile, ma sta arrivando. Nelle giornate calme lo sento respirare"

*** per fare un esempio quasi banale, riguardo al dibattito sul rapporto mente-materia la spiegazione offerta da questa impostazione consisterebbe nell'affermazione del ruolo di organizzatore individuale e "materializzatore" del cervello/corpo nei confronti della coscienza, la quale esisterebbe a priori ma in maniera deindividualizzata.

**** questo "fatto antropologico" che a livello individuale può essere assimilato ad una modifica permanente del senso di sé, è riportato da tutte le culture tradizionali, con nomi e immagini diverse. Solo per citarne alcune: Matrimonio mistico (in ambiti cristiani e gnostici), Rinascita dall'alto (Gv 3:2), Risveglio o Illuminazione (Bodhi), Realizzazione di Dio (yoga).
Di questo fenomeno si parla spesso nei vangeli e in altre scritture. Esemplari sono il già citato testo di Giovanni, e il Lg23 del Vangelo di Tommaso:
Gesù disse, "Sceglierò fra voi, uno fra mille e due fra diecimila, e quelli saranno come un uomo solo."


martedì 11 luglio 2017

Le rane, ovvero come visualizzare uno spettrogramma in python

Qualche settimana fa ero per campi e, affascinato, ho registrato il gracidare delle rane...



Dopo il momento contemplativo uno potrebbe chiedersi... ma quante rane ci sono in questo audio? Ovvero, quante rane stavamo ascoltando?

Il primo passo che ho pensato è fare un'analisi dello spettrogramma, tanto per capire come sono composti questi suoni.

Ma cos'è uno spettrogramma? Secondo Wikipedia, uno spettrogramma è:

Uno spettrogramma è la rappresentazione grafica dell'intensità di un suono in funzione del tempo e della frequenza o, in altre parole, è la rappresentazione grafica della funzione reale i delle variabili reali t ed f: i(t,f).

In pratica, uno spettrogramma è una rappresentazione dell'andamento in frequenza di un segnale al variare del tempo.

La cosa essenziale da capire è che spettrogramma rappresenta abbastanza bene il modo in cui viene sollecitato il nostro sistema uditivo da un suono che varia nel tempo.

Ad esempio, su wikipedia vediamo l'esempio di uno spettrogramma dei suoni vocalici "a" ed "i" pronunciati da un madrelingua italiano e relative forme d'onda

Spettrogramma dei suoni vocalici 'a' ed 'i'

domenica 18 giugno 2017

Materia vivente

Durante il dottorato è sorta dentro di me una visione riguardo alle forme viventi.
Si possono considerare le specie viventi come punti in uno spazio multidimensionale delle modalità di configurazione della materia-energia. La scoperta di leggi come queste permette di ridurre la dimensionalità di questo spazio, restringendo l'ambito delle configurazioni ammissibili.




https://futurism.com/videos/everything-in-this-world-is-governed-by-a-single-mathematical-principle/

Da sviluppare...

martedì 13 giugno 2017

Che farai?

Tu nasci, cresci, sei istruita dal tuo popolo.
Ma nessuno può insegnarti l'amore.
L'amore è una forza che un giorno, quando sarai pronta,
scoprirai dentro di te, nel tuo cuore.
Una forza vitale, indomita.
Ma quando la scoprirai, che farai?
Lo manifesterai coraggiosamente o lo seppellirai?
Da quel che ne farai mostrerai chi tu sei veramente.




mercoledì 10 maggio 2017

Fiducia in se stessi di R.W. Emerson

da www.gianfrancobertagni.it


Ne te quaesiveris extra (1)


L'uomo è la propria stella; e l'anima che può foggiare un onesto e perfetto uomo comanda ogni luce, ogni influsso, ogni fato; nulla per lui accade o presto o troppo tardi. I nostri atti sono i nostri angeli, buoni o cattivi, le fatali ombre che ci camminano accanto in silenzio.
Fletcher e Beaumont, La fortuna dell'uomo onesto. Epilogo.


Getta il marmocchio sulle rocce, allattalo al capezzolo della lupa, allevalo col falco e con la volpe, vigore e speditezza siano mani e piedi per lui.


Leggevo, l'altro giorno, alcuni versi scritti da un eminente pittore, versi originali e non convenzionali. L'anima sempre avverte come un ammonimento in versi del genere, quale che ne sia l'argomento. Il sentimento che instillano vale più di ogni pensiero che essi possano contenere. Credere nel proprio pensiero, credere che ciò che è vero per voi, personalmente per voi, sia anche vero per tutti gli uomini, ecco, è questo il genio. Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale; giacché ciò che è interno diventerà esterno, a tempo debito, e il primo nostro pensiero ci sarà restituito dalle trombe del Giudizio Finale. Familiare com'è una tale voce a ciascuno di noi, il merito maggiore che noi attribuiamo a Mosè, a Platone e a Milton è che essi non tennero in nessun conto libri e tradizioni, ed espressero non ciò che gli altri uomini pensavano, ma ciò che essi pensavano. Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e a tener d'occhio quel barlume di luce che gli guizza dentro la mente più che lo scintillio del firmamento dei bardi e dei sapienti. E invece ognuno dismette, senza dargli importanza, il suo pensiero, proprio perché è il suo. E intanto, in ogni opera di genio riconosciamo i nostri propri pensieri rigettati; ritornano a noi ammantati di una maestà che altri hanno saputo dar loro. Grandi opere d'arte non ci offrono una lezione che sia per noi più significativa. Esse ci insegnano ad affidarci alle nostre impressioni genuine con serena inflessibilità soprattutto allorché l'intero clamore di voci è dalla parte opposta. Anzi, potrebbe essere un estraneo, domani, a dirci precisamente, con magistrale buon senso, quello che noi abbiamo nel frattempo pensato e avvertito, e noi saremo costretti, con vergogna, a ricevere da un altro quella che era la nostra propria opinione.
Arriva un tempo, nell'educazione di ciascun uomo, in cui egli si convince che la competizione è ignoranza; che l'imitazione è suicidio; che deve saper accettare se stesso per il meglio e per il peggio, come parte sua; che per quanto il grande universo sia buono e generoso, nemmeno un chicco di nutriente grano può arrivare à lui se non attraverso la fatica prodigata su quel pezzo di terra che gli è stato dato da dissodare. Il potere che è in lui è qualcosa di nuovo in natura, e nessuno, eccetto lui stesso, può sapere che cosa sia quello che egli può fare, né può mai saperlo finché non ha provato. Non per nulla una faccia, un carattere, un fatto possono maggiormente colpirlo, e un altro lasciarlo indifferente. Né è senza una prestabilita armonia che vi sia, per così dire, questa scultura nella memoria. L'occhio fu collocato là dove un raggio sarebbe caduto, di modo che potesse testimoniare di quel particolare raggio. Noi esprimiamo noi stessi soltanto a metà e quasi ci imbarazza quell'idea divina che ciascuno di noi rappresenta. Si può, certo, senz'altro ritenere che essa sia qualcosa di buono, di equanime e di giusti esiti, per cui a buon diritto se ne dovrebbe parlare; ma Dio non vuole che siano dei codardi a rendere manifesta la sua opera. Un uomo si sente sollevato e lieto quando ha riposto tutto se stesso nella propria opera e ha fatto del suo meglio; ma ciò che ha detto o fatto in diversa maniera non gli darà pace. È una liberazione che non libera. Nei tentativi, il suo genio l'abbandona; nessuna musa lo soccorre; non ha più inventività, non ha speranze.
Confida in te stesso: ogni cuore vibra a una tale corda di ferro. Accetta il posto che il divino provvedere ha trovato per te, la società dei tuoi contemporanei, la connessione degli eventi. Gli uomini grandi sempre fecero così, e affidarono se stessi fanciullescamente al genio della loro età, testimoniando la loro percezione che l'assolutamente affidabile aveva preso posto nei loro cuori, operando attraverso le loro mani, prendendo possesso di tutto il loro essere. E siamo ora anche noi uomini, e dobbiamo accogliere con la più alta convinzione il nostro trascendente destino; e non come minorenni e invalidi riparati in un cantuccio, non come codardi in fuga davanti a una rivoluzione, ma come guide, redentori e benefattori obbedienti allo sforzo Onnipotente e avanzanti sul Caos e le Tenebre. (2)
Quali graziosi oracoli ci offre la natura, a tale riguardo, nel viso e nel comportamento di fanciulli, di infanti e perfino di animali! Essi non hanno mai quell'umore d'incertezza e renitenza, quella sfiducia che s'impossessa di noi solo perché la nostra aritmetica ha calcolato le forze e i mezzi che si oppongono a un nostro proposito. Essendo dunque integra la loro mente, il loro occhio è ancora indomato, e noi guardando i loro volti restiamo confusi e perplessi. L'infanzia non si conforma a nessuno; tutto si conforma ad essa, tanto che un bambino riesce di solito a tener testa a quattro o cinque degli adulti che chiacchierano e scherzano con lui. Così Dio ha dotato la giovinezza e la pubertà, nonché l'età matura, di un loro proprio sapore e fascino, rendendo ciascuna età desiderabile e amabile con le sue particolari istanze, nella misura in cui ognuna se ne starà per proprio conto. Non crediate che il giovane non abbia una sua forza solo perché non è in grado di parlare con voi e con me. Uditelo! Nella stanza accanto la sua voce è abbastanza chiara ed eloquente. Sembra che sappia bene come parlare ai suoi coetanei. Timido o ardito, saprà sempre come rendere noi più anziani assolutamente non indispensabili.

lunedì 26 settembre 2016

Una Chiesa declericalizzata (da Adistà)




(...). Gesù era un laico, non un sacerdote. Non voleva riformare le antiche istituzioni sacre, né crearne di nuove, bensì potenziare i valori della vita partendo dagli esclusi, in una linea di gratuità, fino alle estreme conseguenze. I suoi seguaci credettero in lui e fondarono comunità per preservarne la memoria, sulla base del messaggio del Regno, del perdono e del pane condiviso, creando così diversi ministeri (...) sorti dalla stessa natura laica e messianica del Vangelo.

Successivamente, per esigenze culturali e pressioni ambientali, i cristiani trasformarono questi ministeri in istituzioni patriarcali di tipo gerarchico/clericale. Ma il tempo di questo dominio clericale sta volgendo al termine e dalla radice del Vangelo dovrà sorgere, nelle stesse comunità, un ministero evangelico in una linea non gerarchica. Non si tratta di sopprimere ministeri, ma di dare loro maggiore forza missionaria ed evangelica, per recuperare il messaggio e il cammino del Regno. (…).

AL PRINCIPIO NON ERA COSÌ

(...). Gesù non assunse titoli sacerdotali né rabbinici, ma operò come un comune essere umano (...).
Era stato per un certo tempo discepolo del Battista (…). Ma, dopo l’assassinio di Giovanni, Gesù ebbe la certezza che Dio lo spingesse a proclamare e instaurare il suo Regno (di perdono e concordia universale), cominciando dagli infermi, dagli emarginati e dagli esclusi di Israele (...).

Animato da questa certezza, lasciò il deserto e cominciò a instaurare il Regno di Dio in Galilea, senza titoli né sigilli sacri che lo accreditassero, semplicemente come un israelita cosciente della propria identità e della propria missione. (…). Convinto che Dio fosse il Padre di tutti, promosse un movimento centrato sulla saggezza popolare, sulla cura e sulla comunione tra gli emarginati, che egli risollevò, accompagnò e animò, come destinatari ed eredi del Regno di Dio (cfr Mt 5,3; 11,5; Lc 6,20; 7,22). (…). Aveva la certezza che solo ai margini (fuori dal sistema dominante) si potesse edificare l'opera di Dio, e non certo in un'ottica di potere. Non utilizzò mezzi di reclutamento e di discriminazione classisti (...) propri dei gruppi di potere. Non addestrò un gruppo di combattenti (zeloti), né fondò una compagine di puri (farisei), né optò per un pugno di prescelti in mezzo a una massa di gente perduta. Non fece ricorso al denaro, né alle armi, né coltivò un vivaio di funzionari super competenti.

Non ebbe bisogno di edifici, né di dipendenti, ma proclamò e instaurò il Regno di Dio, senza mediazioni gerarchiche. Parlò con parabole che tutti potevano capire (...) e realizzò gesti che tutti potevano assumere, aprendo canali personali di solidarietà tra esclusi e bisognosi, come guaritore ed esorcista (...) e, soprattutto, come amico dei poveri. Accolse (perdonò) gli esclusi e condivise la mensa con chi veniva da lui, in cerca di salute, di compagnia o di speranza, prendendosi cura in maniera speciale dei bambini, degli infermi e di coloro che venivano espulsi dalla società. (…).

Minacciati dal suo progetto, lo condannarono i sacerdoti di Gerusalemme, dove era andato a presentare la sua proposta, dopo aver trasmesso il suo messaggio e la sua solidarietà, nelle strade e nei paesi della Galilea, a uomini e donne, sani e malati, bambini e adulti. Non si era recato nelle città (Seforis, Tiberiade, Tiro, Gerasa), rifuggendo probabilmente le strutture urbane dominate da un'organizzazione classista, sotto la dominazione di Roma, e volendo diffondere un messaggio universale a partire dalle zone contadine in cui abitavano gli umili e gli esclusi della società (…), in maniera da includere tutti, al di sopra delle leggi di discriminazione sociale o religiosa della cultura dominante.

I primi destinatari del suo progetto erano i poveri, i pubblicani e le prostitute, gli affamati e gli infermi, chi era espulso dal sistema. A questi dedicò la sua vita, da questi volle far partire il suo movimento (...). Ma anche nella società dominante aveva simpatizzanti e amici, ai quali chiese che si lasciassero “curare” dai poveri, ponendosi al servizio della comunione del Regno.

Continua sul sito Adista.it

Archivio blog